Salvatore Settis, elogio dei Comitati che difendono il bene pubblico

Riportiamo qui alcune pagine di un recente libro di Salvatore Settis – archeologo e storico dell’arte che si è distinto per il proprio impegno in difesa dei beni comuni.

Crediamo che le sue parole rendano bene il senso anche del Comitato Oltrarnofuturo.

Sul valore dell’impegno politico dei Comitati popolari

da Salvatore Settis, Azione popolare. Cittadini per il bene comune, Torino, Einaudi 2012. pp. 202-205.

Nessuno ha tentato un censimento delle associazioni sorte in Italia per difendere l’ambiente e il bene comune. Accanto a quelle che operano a livello nazionale (come Italia Nostra, Fai, Legambiente, Wwf, Slow Food) vi sono numerosi movimenti e comitati spontanei, sparsi dappertutto ma con pochi collega­menti tra loro. C’è un solo caso, ma indicativo e promettente, in cui vari comitati hanno saputo federarsi per intraprendere un’azione comune: quando i movimenti contro la privatizzazione delle acque costituirono il Forum italiano dei movimenti per l’acqua e riuscirono a raccogliere quasi un milione e mez­zo di firme per un referendum, poi vinto a schiacciante mag­gioranza, grazie anche al contributo di giuristi come Stefano Rodotà e Ugo Mattei.

Ma quanti sono in Italia i movimenti e le associazioni volontarie nate per difendere una pieve, un centro storico, un bosco, una valle, una spiaggia? Secondo le valutazioni più attendibili, da 20000 a 30000. Alcune hanno già alle spalle una storia gloriosa: cito fra tutte il Circolo La Scaletta di Matera, fondato nel 1959, che grazie a una paziente azione guidata da Raffaello De Ruggieri riscattò dall’oblio non solo la civiltà rupestre dei Sassi, ma l’orgoglio civile della città, fino alla legge speciale del 1986 e all’iscrizio­ne nelle liste Unesco (1993).

Anche battaglie nazionali recenti, come quella per l’acqua, hanno lontane radici locali: nel 1955 don Lorenzo Milani, dando voce ai suoi parrocchiani di Barbiana (senz’acqua perché un proprietario aveva impedito l’uso di una sorgente), rivendicò la proprietà pubblica dell’acqua in nome delle «fatiche dei 556 costituenti», della «sovranità dei loro 28 milioni di elettori e dei tanti morti della Resistenza»; e contro l’«idolatria del diritto di proprietà» chiese «una norma semplice, in cui sia detto che l’acqua è di tutti».

Su questo co­me su molti altri temi, le rivendicazioni locali e quelle a livello nazionale convergono con quanto accade sullo scenario globale (come le Guerre dell’acqua di cui ha scritto Vandana Shiva). La maggior parte delle associazioni oggi operanti sono state fondate negli ultimi cinque-dieci anni, sintomo certo di una nuova consapevolezza che ha una doppia radice: la crescente gravità dei nostri problemi ambientali e culturali e il crescente disinteresse per essi di chi ci governa.

Questi gruppi volontari nascono dall’indignazione, si formano per reazione a distruzioni ambientali, inquinamento, abbando­no di monumenti, chiusura di teatri, degradazione di centri storici, svilimento di archivi, musei, biblioteche, svendite di patrimonio pubblico, privatizzazioni di beni comuni. Ope­rano entro orizzonti geograficamente ristretti, reinventano ogni volta dal nulla le loro modalità associative e operative. L’addensarsi di questo nuovo associazionismo rivela che le sensibilità individuali si stanno convogliando in motivazioni collettive, cercano uno spazio comune di denuncia e di azio­ne civile. La mancanza di coordinamento è la loro debolezza, ma anche la loro forza: ne dimostra la natura spontanea e corale, la vocazione a rappresentare antiche istanze con una voce nuova.

Nessuno può dire se e quando questi movimen­ti, che raccolgono alcuni milioni di persone (senza tessere, senza gerarchie, senza regolamenti), sapranno federarsi come accadde per la proprietà pubblica delle acque. In quel caso, l’identità del tema dalle Alpi alla Sicilia era più evidente, più tangibile il suo nesso con la vita e gli interessi di tutti. Come diffondere la consapevolezza che anche la difesa dell’ambien­te, delle opere d’arte, della cultura sono necessarie alla vita civile quanto l’acqua?

Come diffondere la cultura del bene comune, come portarla al centro della politica?

Pesa su questi movimenti, frenando ogni impulso a federarsi, l’accusa di “antipolitica” e il sospetto che possano raccogliersi in qualcosa che somigli a un nuovo partito. Un tale sviluppo è improbabile, visto che i comitati raccolgono cittadini di idee politiche assai diverse, come del resto accade in associazioni nazionali come Italia Nostra o il Fai. La convergenza di questa miriade di gruppi locali entro un vasto e organico movimento è tuttavia auspicabile, e non per farne un nuovo partito, ma perché la presenza forte, documentata, argomentata di questi temi nel discorso pubblico nazionale possa influenzare tutte le forze politiche, per modulare su questa base una nuova agenda per l’Italia.

Sbaglia chi giudica con sufficienza, per il loro volontarismo e un certo disordine, i cittadini che si associano per dar forma alla propria indignazione e darvi uno sbocco.

Essi esprimono la forte capacità di generare anticorpi spontanei contro il degrado civile del nostro Paese. Sempre più spesso questi movimenti usano come catchword, o punta di diamante, l’etichetta di “bene comune”: ma la loro strenua difesa consapevole del bene comune è anche, talora inconsapevolmente, la difesa di quello che in Italia ne è il manifesto, la Costituzione.

Portare alla coscienza e tradurre in progetto politico il salto di qualità da un generico appello al “bene comune” (senza specificazioni) al ben definito orizzonte dei diritti garantiti dalla Costituzione, che sul bene comune sono incentrati: questo il passo decisivo che resta da compiere. Ma è possibile che lo spontaneismo delle associazioni maturi facendosi coscienza politica? È possibile che l’indignazione provocata dalle emergenze si arricchisca di un nuovo e vigoroso ingrediente, la capacità di analisi e di progetto, generando nuove alleanze?

Solo se saremo convinti che le mille battaglie dei comitati sono una sola guerra sapremo dar vita a questo patto inedito per difendere il bene comune in nome della Costituzione e innescare la rigenerazione della coscienza civica e della legalità. In questi tempi feroci solo la fedeltà ad alti ideali come questi deciderà il gioco delle parti, ma anche l’esito del duro scontro fra il vecchio e il nuovo, fra la stagnante conservazione dei privilegi e l’equità della democrazia, la sola forza che sia in grado di liberare energie civili, creatività, lavoro.