Movida in Via dei Benci a Firenze: botta e risposta

CORRIERE FIORENTINO 19/5/2013

Movida in via dei Benci, le accuse dei locali al «Corriere Fiorentino»

I sottoscritti: Gonzalo M. Olivera, quale legale rappresentante della Mybar Srl, titolare del locale denominato Moyo; Stefano Peruzzi, quale legale rappresentante della Peruzzi Lounge srl, titolare del locale denominato Oibò; Matteo Bonechi, quale legale rappresentante della Exit Srl titolare del locale denominato Soul kitchen.

Riccardo Tarantola, quale legale rappresentante della Mete srl, titolare del locale denominato Red Garter, Analis Chissini, quale legale rappresentante della Sir archibald srl, titolare del locale denominato Kikuya, vista la notizia di stampa apparsa sull’edizione del 15 maggio 2013 del Corriere Fiorentino, intitolata «Aveva ragione Totò», a firma di Eugenio Tassini in cui si accomunano i gestori dei locali che vendono regolarmente Monito «alla vodka (dei minimarket), alle canne (degli spacciatori), alle trombette (dei venditori ambulanti), alle radio a tutto volume (delle automobili con i finestrini aperti), ai petardi (messi nei cestini della spazzatura), ai gruppi di ubriachi (che scorrazzano per le strade serenamente dopo le due)»; – viste le notizie di stampa apparse: nell’edizione del 16 maggio 2013 del Corriere Fiorentino intitolata «Movida, la rivolta dei residenti Così ci restano solo i giudici», a firma di Gaetano Cervone e Valentina Marotta, nonché quella apparsa nell’edizione del 17 maggio 2013 del Corriere Fiorentino, intitolata «Movida, Torino l’ha fermata così» a firma di Gaetano Cervone; in cui si fa un improprio parallelismo fra la situazione di via de’ Benci e quella di Torino, ove vi sarebbe «un’inchiesta che ha toccato i vertici del Comune piemontese» e si sarebbero verificate «connivenze tra amministrazione e gestori dei locali»; ritengono – che dette notizie diano una ricostruzione parziale dei fatti e diffamatoria nei confronti di coloro che esercitano attività d’impresa regolarmente autorizzate in via dei Benci; – che gli esercenti dei locali autorizzati non possano in nessun caso essere ritenuti responsabili dell’inciviltà delle persone e di quanto avviene sulla pubblica via, né dei comportamenti abusivi commessi da soggetti non autorizzati; che non possa in nessun caso essere accettata l’allusione «alle connivenze tra amministrazione e gestori dei locali», limitandosi a riportare l’esempio di ciò che è accaduto a Torino, in quanto la suddetta affermazione unita al paragone fra le realtà di Torino e quella di Firenze getta discredito anche su imprenditori che esercitano attività regolari ed autorizzate dal Comune; – che in nessun articolo di stampa si sia dato conto del fatto: che gli esercenti dei locali di via dei Benci da anni stanno seguendo la politica di non dare bevande da asporto in vetro e di non somministrare alcolici ai minorenni; che i loro locali da tempo sono dotati di steward per la sicurezza ed il controllo; – che sono sempre stati disponibili al dialogo con la pubblica amministrazione, sottoscrivendo il Patto per la Notte e rispettandolo e dichiarandosi disponibili a sottoscriverlo nuovamente; – che hanno sempre cercato il dialogo con il Comitato Santa Croce; – che le nostre società, in relazione alle notizie diffuse dal vostro giornale, hanno già ricevuto un pregiudizio per la loro attività; chiedono anche ai sensi e per gli effetti dell’articolo 8 della legge n.47 del 1948, che le suddette dichiarazioni siano riportate e pubblicate sul Vostro giornale. Si riservano di chiedere il risarcimento dei danni già cagionati e cagionandi dalla pubblicazione delle notizie e di assumere ogni iniziativa nelle competenti sedi giudiziarie.

Eugenio Tassini del Corriere Fiorentino

ll 25 maggio dello scorso anno la magistratura sequestrò sei locali di via dei Benci: Moyo, Red Garter, Lochness, Kikuya, Oibò, e Soul Kitchen. Impose loro la chiusura dalle 22 alle 7, perché dopo le indagini – seguite ai numeosi esposti dei residenti e agli articoli dei giornali cittadini – i vi;iii urbani avevano potuto accertare che effettivamente in quella strada la quiete pubblica era disturbata dai rumori causati dalla musica ad alto volume e dagli schiamazzi degli avventori. Il giudice scrisse nell’ordinanza che chi disturbava era «sicuramente :niente dei locali sopra menzionati». Prima il pm e poi il giudice decisero così di chiuderli nelle ore in cui il reato veniva consumato. I locali tenevano la musica ad altissimo volume, lasciando le porte d’ingresso aperte, e così la musica si sentiva anche in strada anche a decine di metri di distanza. All’interno venivano serviti alcolici in bicchieri di plastica ad un numero di persone superiore all’effettiva capienza del locale. In questo modo, i clienti che acquistavano le bevande andavano a consumarle nella zona appena fuori dal locale, conversando ad alta voce, urlando e bloccando il traffico. «Nessun dipendente dei locali», scrisse il giudice, invitò «gli avventori a moderare i toni», «nessuno cessò la somministrazione di bevande». Alcuni residenti, ascoltati dalla polizia municipale, raccontarono che gli schiamazzi e la musica erano così forti da impedire loro di dormire nonostante le finestre chiuse con doppi vetri anti rumore e i tappi alle orecchie.

Furono sequestrati anche alcuni dehors (al Moyo, Soul Kitchen e Mirò) per occupazione abusiva di suolo pubblico: non avevano pagato la tassa e avevano ignorato le intimazioni di Palazzo Vecchio.

I locali furono poi dissequestrati dal giudice, che impose alcune regole: per esempio proprio il divieto di servire alcolici nei bicchieri di plastica, per evitare gli schiamazzi e imporre ai locali di servire solo i clienti che erano in grado di ospitare al loro interno.

In quei giorni intervenne anche il sindaco Renzi. Disse: «Quando arriva la magistratura vuol dire che abbiamo perso tutti, ora bisogna capire, tutti insieme intorno a un tavolo, come uscire dalla dimensione emergenziale nelle aree di piazza Santa Croce, via dei Benci, piazza Sant’Ambrogio, e scrivere, al riguardo, un nuovo patto civico con le giuste soluzioni. Le condizioni per arrivare ad un accordo di convivenza ci sono, speriamo che prevalga la saggezza del buon padre di famiglia. E impensabile pensare di militarizzare una città con il coprifuoco e impedire alla gente di uscire; ma dall’altro lato è anche impensabile fare fino alle 4 e alle 5 quello che si vuole nello spazio pubblico».

Dispiace leggere oggi che i gestori dei locali non sono d’accordo con il sindaco, e pensano che il disastro di via dei Benci non li riguardi. Al contrario, dovrebbero essere i primi ad essere preoccupati dell’esasperazione di chi in quella via ci abita, i primi a chiedere soluzioni, a denunciare – se ci sono – eventuali manchevolezze dell’amministrazione. I primi a rimetterci per il disturbo della quiete pubblica sono i residenti. Ma i secondi (l’anno scorso insegna) sono i locali. E buona ultima è proprio la città.

Comunque, così nacque il patto della movida, un tentativo proprio di dare una risposta politica. Timido (allora noi lo criticammo), ma poteva essere un inizio. È andata come è andata. Oggi siamo come all’anno scorso: il patto è saltato, i residenti sono infuriati, le notti del venerdì e sabato (ma fra poco finisce la scuola e il calendario si allunga) sono quelle di prima, via dei Benci si risveglia la mattina fra il vomito e l’urina. Ma una città è «convivenza», si sta bene se stiamo tutti bene non se qualcuno incassa e qualcun altro non dorme.

Servono regole, e serve chi le fa rispettare. Serve la vita che una movida sana dà a un quartiere, e il rispetto che consente di vivere insieme. Ora non c’è, sarebbe preferibile trovarlo: con la volontà, la caparbietà, l’impegno che questi imprenditori hanno messo nelle loro imprese.

Oppure ricorrere a Totò: ci vorrebbe un signore in borghese col cappello in divisa.