La Galleria degli Uffizi non è un mercato

La galleria degli Uffizi non è un mercato

di Tomaso Montanari

Tavole apparecchiate nello stupendo e delicato Salone degli Argenti a Palazzo Pitti (Firenze)

La buona notizia è che il direttore degli Uffizi Antonio Natali abbia detto a chiare lettere che ridurre gli Uffizi ad un mercato «non è degno di un paese civile». E che la soprintendente del Polo Museale di Firenze, Cristina Acidini, abbia rincarato la dose, dichiarando che per difendere la «dignità del luogo» arriverà fino alle denunce: non è possibile che agli Uffizi «sembri di stare alla Stazione Termini».

È bello sentire due servitori dello Stato così determinati a lottare per qualcosa che appartiene a tutti a noi, e che ci rende cittadini e eguali: la dignità del nostro patrimonio storico artistico, che è irriducibile ad un mercato; la dignità di un museo, che non può sembrare una stazione.

Viene però un po’ da sorridere quando si capisce che il mostruoso e letale nemico degli Uffizi è … il bagarinaggio.

Ebbene sì, avete capito bene: sui sonnacchiosi giornali di una Firenze ancora semideserta tiene banco la piaga pestilenziale del bagarinaggio . Che, come è intuibile, consiste in questo: associazioni e imprese private fanno incetta di biglietti con prenotazione oraria, che rivendono a prezzi maggiorati ai turisti in fila sotto la Galleria, desiderosi di risparmiarsi una o due ore di fila. Un pittoresco suk che disorienta il turista: il quale non distingue i bagarini dal personale delle biglietterie, e si chiede in che Paese sia mai capitato.

Ora, non c’è dubbio che l’assalto al turista in coda agli Uffizi sia decisamente indecoroso. Ma la domanda è: siamo proprio sicuri che sia questa la maggior insidia alla dignità degli Uffizi? E, seconda domanda, siamo sicuri che chi si straccia le vesti non faccia parte (magari a sua insaputa, come è di moda nell’Italia di oggi) del problema che denuncia?

Matteo Renzi ha dichiarato esplicitamente che per lui «gli Uffizi sono una macchina da soldi». Cristina Acidini ha approntato un tariffario che permette di noleggiare gli Uffizi per una cena privata, al costo di 10.000 euro ), e Antonio Natali ha dichiarato che non ci vede nulla di male. E, d’altra parte, l’anno scorso agli Uffizi si è tenuta una sfilata di moda sul tema del ‘neocolonialismo’, con tanto di corsa di veri Masai portati in aereo dall’Africa, come bestie da serraglio. E di fronte a questo uno si chiede cosa ci sia poi di tanto sbagliato nella Stazione Termini.

Il sito ufficiale del Polo Museale di Firenze non si lascia sorpassare dai bagarini: «I Musei del Polo fiorentino non sono solo luoghi dove si conserva la cultura e la bellezza. Sono anche spazi dove è possibile organizzare cene di gala, eventi, congressi, visite straordinarie. Luoghi che possono fare da suggestiva cornice a manifestazioni di alto livello qualitativo». E le foto di corredo sono esplicite: il catering e i tavoli imbanditi sono tra le statue, a tiro di minestra dagli affreschi. E la stessa bigliettazione degli Uffizi è in concessione ad una ditta privata (Opera Laboratori Fiorentini, del Gruppo Civita presieduto da Gianni Letta): un bagarinaggio di Stato che ci pare del tutto accettabile.

Più in generale, tutta la città di Firenze è una grande monocultura turistica, esercitata con metodi assai simili a quelli dei ‘terribili’ bagarini degli Uffizi. E in nome del denaro davvero non si guarda in faccia nessuna dignità. La Curia fa vendere al Museo dell’Opera del Duomo un biglietto “taglia-coda” che permette di salire sulla Cupola del Brunelleschi prima degli altri turisti: un caso da manuale di autobagarinaggio.

L’Opera di Santa Croce ha piazzato un’oscena biglietteria di metallo e vetro sotto un portico gotico della Basilica. La stessa Cristina Acidini ha fatto collocare i bookshop e i girevoli delle cartoline materialmente sulle tombe dei granduchi nelle cappelle medicee, a San Lorenzo: trasformando una chiesa e un pantheon dinastico in una specie di tempio del dio-turismo-di-massa.

Ora in tutto questo, prendersela con i bagarini degli Uffizi mi pare una bella ipocrisia, quasi che ci fosse l’esclusiva della distruzione della dignità di Firenze. Un’esclusiva che, purtroppo, non c’è. Il bagarino vende, chiassosamente, un privilegio a chi può pagare di più: ebbene, non è forse quello che fa ogni giorno il Polo Museale di Firenze, commercializzando visite riservate, e accessi preferenziali a pagamento?

Ma, nonostante tutto, io vorrei credere nella bella notizia. Vorrei che dall’idea che gli Uffizi non sono un mercato – non sono sul mercato, non sono in balìa del mercato – non si tornasse indietro. E vorrei che «dignità» diventasse la parola d’ordine di chi governa il patrimonio storico e artistico che l’ultima dei Medici lasciò in eredità ai fiorentini (ottenendo, per tutta riconoscenza, di giacere sepolta sotto il merchandising).

Il perché lo spiega bene Michael J. Sandel in un bel libro appena uscito anche in Italia (Quello che i soldi non possono comprare. I limiti morali del mercato, Feltrinelli): «Perché preoccuparsi del fatto che stiamo andando veso una società in cui tutto è in vendita? Per due ragioni, una riguarda la disuguaglianza, l’altra la corruzione … Assegnare un prezzo alle cose buone può corromperle. Questo perché i mercati non solo distribuiscono beni: essi esprimono e promuovono determinati atteggiamenti nei confronti dei beni oggetto di scambio … Spesso gli economisti assumono che i mercati siano inerti, che non abbiamo ripercussioni sui beni che scambiano. Ma questo non è vero. I mercati lasciano il segno. Talvolta, i valori di mercato scalzano valori di cui varebbe la pena tener conto. … Se trasformate in merci, alcune delle cose buone della vita vengono corrotte e degradate.

Dunque, per stabilire dove va collocato il mercato e a che distanza andrebbe tenuto, dobbiamo decidere come valutare i beni in questione – la salute, la sfera familiare, la natura, l’istruzione, l’arte, i doveri civici e così via».

Vale forse la pena di ricordare che Sandel non è un pericoloso comunista, ma è il professore di Filosofia politica e di Teoria del Governo ad Harvard. E che, in quello stesso libro, c’è un capitolo intitolato Cosa c’è di sbagliato nel bagarinaggio?